Chi era Kurtz?

<<Sembrava alto almeno due metri. La coperta gli era caduta di dosso e il suo corpo atroce e pietoso ne era emerso come da un sudario. Potevo vedere la gabbia del torace tutta in movimento, le ossa del braccio che agitava. Era come se un’immagine vivente della morte intagliata in antico avorio tendesse la sua mano minacciosa a una folla immobile di uomini fatti di un bronzo scuro e lucente. Lo vidi spalancare la bocca – il che gli diede un aspetto straordinariamente vorace – come se avesse voluto ingoiare tutta l’aria, tutta la terra e tutti gli uomini davanti a lui. Una voce cavernosa giunse debolmente fino a me. Doveva aver gridato.

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Che cosa strana la vita – quel misterioso organizzarsi di una logica implacabile per un futile obiettivo. Il massimo che potete sperarne è una certa conoscenza di voi stessi – cui arrivate troppo tardi – una messe di rimpianti inestinguibili. Io ho lottato con la morte. E’ la competizione meno eccitante che si possa immaginare. Avviene in un impalpabile grigiore, senza niente sotto ai piedi, niente intorno, senza spettatori, senza clamore, senza gloria, senza il grande desiderio di vittoria, senza la grande paura della sconfitta, in una debole atmosfera di tiepido scetticismo, senza troppa fiducia sui tuoi stessi diritti, e ancora meno in quelli dei tuoi avversari. Se questa è la forma della saggezza finale, allora la vita è un’enigma ben più complesso di quanto alcuni di noi possono pensare. Sono stato a un pelo dall’occasione estrema di esprimermi, e ho scoperto con umiliazione che probabilmente non avevo niente da dire. Questa è la ragione per cui sostengo che Kurtz era un uomo notevole. Lui aveva qualcosa da dire. E l’ha detta. Per avere sbirciato di persona oltre la soglia, capisco meglio il significato del suo sguardo, incapace di vedere la fiamma della candela, ma grande abbastanza da abbracciare l’intero universo, e abbastanza acuto da penetrare in tutti i cuori che battono nella tenebra. Aveva ricapitolato – aveva giudicato: “L’orrore!” Era un uomo notevole. Dopo tutto, era questa l’espressione di una sorta di fede; aveva candore, aveva convinzione, aveva una nota di vibrante rivolta nel suo sussurro, aveva il volto terrificante della verità intravista – la bizzarra miscela di desiderio e di odio. E non è la mia ora estrema che ricordo meglio – una visione di grigiore senza forma, riempita di sofferenza fisica e di un disprezzo indifferente per l’evanescenza di tutte le cose – anche di quella stessa sofferenza. No! È la sua agonia che mi sembra di aver vissuto. È vero che lui aveva fatto il passo supremo, aveva oltrepassato la soglia, mentre a me era stato consentito di ritirare il mio piede esitante. E forse in questo consiste tutta la differenza; forse tutta la saggezza, e tutta la verità, e tutta la sincerità sono concentrate in quell’imponderabile momento in cui noi oltrepassiamo la soglia dell’invisibile. Forse! Mi piace credere che la mia parola conclusiva non sarebbe stata solo una parola di indifferente disprezzo. Meglio il suo lamento, molto meglio. Era una affermazione, una vittoria morale pagata al prezzo di innumerevoli sconfitte, di abominevoli terrori, di soddisfazioni abominevoli. Ma era una vittoria! Ecco perché sono rimasto fedele a Kurtz fino alla fine, e anche oltre, quando, molto tempo dopo, udii una volta ancora, non la sua voce, ma l’eco della sua magnifica eloquenza rimandatami da un’anima pura e trasparente come un cristallo di rocca.

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Per inciso mi lasciò capire che Kurtz era stato essenzialmente un grande musicista. “Aveva tutto quello che ci vuole per un immenso successo”, disse quell’uomo, che era un organista, credo, con lisci capelli grigi che gli scendevano sul colletto unto della giacca. Non avevo motivo di dubitare della sua affermazione, e ancora oggi non sono in grado di dire quale fosse la professione di Kurtz, sempre che ne avesse una, né quale fra i suoi talenti fosse il più grande. Lo avevo preso per un pittore che scriveva per i giornali, o viceversa per un giornalista che era capace di dipingere, ma neanche il cugino (che durante la visita si ficcava il tabacco nel naso) mi seppe dire che cosa fosse stato esattamente Kurtz. Era un genio universale – su questo mi trovai d’accordo col vecchietto – che a quel punto si soffiò rumorosamente il naso in un grande fazzoletto di cotone e si accomiatò, in senile agitazione, portandosi via qualche lettera di famiglia e delle note senza importanza. Infine saltò fuori un giornalista, ansioso di sapere qualcosa sulla sorte del suo “caro collega”. Questo visitatore mi informò che la sfera adatta a Kurtz sarebbe stata la politica “dalla parte del popolo”. Aveva sopracciglia folte e dritte, capelli ispidi tagliati a spazzola, un monocolo legato a un ampio nastro e, divenuto espansivo, mi confidò che secondo lui Kurtz non era capace di scrivere una riga, “ma, caspita! come parlava quell’uomo. Elettrizzava le folle. Aveva fede, non lo vede? Aveva la fede. Poteva convincersi a credere in qualunque cosa – qualunque cosa. Sarebbe stato un magnifico capo di un partito estremista.” “Di quale partito?”, chiesi. “Qualsiasi partito”, rispose lui. “Era un… un… estremista.” Non ero d’accordo? Assentii. Lo sapevo, chiese, con un improvviso lampo di curiosità, “cos’è che l’aveva spinto ad andare laggiù?” “Sì”, dissi, mettendogli fra le mani il famoso Rapporto, perché lo pubblicasse, se lo riteneva opportuno. Lo scorse in fretta, borbottando tutto il tempo, decise che “poteva andare” e se la svignò col suo bottino.>>

J.Conrad – Cuore di tenebra

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